Mi avevi detto.

Mi avevi detto che sarebbe andato tutto bene.

Me l’avevi detto in un giorno d’inverno, con quegli occhi grandi appena coperti da un lembo di lana. Con un mazzo di fiori in mano, il crepitìo della plastica ad avvolgerli per tenerli freschi. Me l’avevi detto sotto la pioggia, quella leggera, che serve solo ad allontanare tutto ciò che c’è intorno, a rendere più drammatici i momenti.

Mi avevi detto che sarebbe andato tutto bene.

Me l’avevi detto su quella nave, con le valigie, in mezzo al mare. Una vita racchiusa in due bagagli fitti fitti, i sogni nascosti in fondo agli occhi, e io, che mi fidavo di te, verso il vento e verso il mare, con la pioggia in faccia, con le mani in tasca.

Mi avevi detto che sarebbe andato tutto bene.

Me l’hai detto in quella soffitta, quella piccola, quella buia. Quella dove non c’era abbastanza spazio per respirare, quella dove non c’erano finestre per fare entrare il sole e illuminare la polvere che più cercavo di eliminare, più tornava. Quella dove stavo chiusa ad aspettare, ad aspettarti.

Mi avevi detto che sarebbe andato tutto bene.

Me l’hai detto anche quando te ne sei andato per non tornare più. E l’unica cosa che vorrei dirti ora, è che non avevi ragione, non hai avuto ragione mai. Che della pioggia, solo di quella, ci si può fidare. Solo quella, solo lei, va sempre come deve andare.

 

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I fiori vivono per sempre.

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Photo Courtesy of: http://www.rd.com

Una casa, dentro una casa, costruita intorno a una casa: è qui che vivo. Dalle pareti trasparenti del mio appartamento vedo la piccola baita col soffitto di mattoni che sorge al centro di quest’inception edilizia. Qui le giornate scorrono morbide, qui io e mamma pieghiamo lenzuola di lino, qui io e mio fratello guardiamo le montagne e ci chiediamo, a settembre, chi fa strada alle mucche per riportarle nella stalla.

E poi arrivi tu. Con le scarpe eleganti e la giacca più bella che hai, col tuo elicottero tuonante. Arrivi tu, e mi porti via, come fanno i principi azzurri con le Cenerentole senza scarpe. Arrivi tu e mi porti dall’altra parte della città, dove nasce il traffico, dove brillano le luci, dove il buio cala come fumo.

Arrivi tu e mi porti in cima al tuo grattacielo, in un appartamento bianco, lucido, pieno di design, vuoto di ogni altra cosa. “Mancavi tu”, mi dici. “Ma a che serviva allora un appartamento così grande”, dico io.

Arrivi tu e non è che possiamo dimenticarci di chi abbiamo lasciato indietro, e allora riprendiamo l’elicottero e andiamo a prendere i miei genitori, perché un impegno è un impegno, e noi avevamo promesso di portarli a questa mostra, in un palazzo gigantesco e ricoperto di tappeti. Tappeti ovunque, tappeti sulle scale, tappeti sui soffiti, tappeti sulle parole che escono ovattate.

Arrivi tu e sappiamo che tutto questo non ci appartiene. E se non è giusto andare avanti, allora torniamo indietro. Torniamo nella casa dentro a una casa dentro a una casa. Portiamo i mobili che ti ha regalato tua madre, portiamo il bagno dal tuo vecchio appartamento. E da qui, da questo bagno un po’ imperfetto, mentre mi lavo i denti, mentre dormi pigramente, guardo dalla parete trasparente la piccola baita, circondata di fiori e di alberi di cui prendersi cura.

È passato tanto tempo, è la stagione del raccolto: i fiori vanno recisi e seccati. Perché anche un fiore può durare per sempre, e noi sappiamo come fare.

Dreamed by: Co.

L’erba voglio.

Voglio, voglio, voglio.

La mamma diceva sempre che l’erba voglio cresce solo nel giardino del re.

Ma qui l’erba cresce dappertutto.

E io so che è erba voglio perché vuole crescere.

Cresce dai vasi delle mie piante. Cresce nelle crepe del mio terrazzo. Cresce nel mio salotto e sul mio divano. E cresce persino sul mio materasso. Forse, se non mi sposto, cresce anche su di me.

Cresce fuori dalla finestra, sui muri del mio palazzo.

Cresce sui materassi abbandonati nelle strade e sulle biciclette nei cortili.

Cresce così veloce che questa città si è trasformata in un panorama post apocalittico senza neanche aver bisogno dell’apocalisse.

Ma forse l’apocalisse è questa, perché l’erba voglio cresce anche sulle persone e le trasforma in statue verdi.

Qua e là, dove c’erano persone, ora sorgono piccole siepi dai contorni umani. Alcune si muovono ancora. Chissà se possono parlare.

Mi avvicino ad una, sembra ancora capace di interagire. Forse lei conosce il segreto dell’erba voglio. Le faccio l’unica domanda possibile:

“Eri già così spettinata prima dell’erba, o è un effetto collaterale?”

Non risponde. Temo che l’erba voglio che è dentro di lei si sia offesa.

Resterò qui ad aspettare che termini la sua vendetta su di me: un’apocalisse verde, che tocca tutti tranne me.

 

Dreamed by: Co.

 

 

 

 

La reale figuraccia.

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Tutto è così reale qui dentro.

Qui, dentro all’ufficio del mio capo.

L’aria che si respira sembra quasi solida.

Anche il suo sguardo è reale. Di reale sorpresa, direi.

Come biasimarlo.

Sono tutti qui riuniti, da ogni ramo dell’organigramma aziendale, per vedermi entrare con disinvoltura.

Con il computer in mano.

Gli occhiali davanti agli occhi.

Il blocco per gli appunti nell’incavo del gomito.

Le infradito ai piedi.

Vestita solo del mio bikini.

Lui mi guarda con il suo sguardo di sorpresa. Io mi guardo, e altrettanto sorpresa riesco a giustificarmi così:

“Non lo sapevo che c’erano tutti.”

Una figuraccia reale.

In ogni senso.

Dreamed by: Co.

La tua promessa.

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E così

ti sposi.

Non pensavo l’avresti mai fatto. Ma è giusto, e sono felice, per te.

Non pensavo sarebbe stato così. E invece, lo è.

Entro a piedi nudi nel parco antistante la villa. Tu non ci sei, tua moglie neanche. Il matrimonio sarà domani.

Sull’erba, gli invitati. tutti eleganti e composti. Come sempre, in queste situazioni, io sono fuori luogo. Ho solo una maglietta e un paio di pantaloncini. E sono scalza. Lo sai che mi piace, camminare a piedi nudi sull’erba. O forse lo hai dimenticato, come tante altre cose.

Tua cognata gioca sul prato con tuo nipote. Non lo avevo mai conosciuto. Lei mi fulmina con lo sguardo, non sono al posto giusto qui. Forse no. Forse lo sarei stata in un altro ruolo. Ma non importa, voglio esserci, nonostante tutti questi anni.

Tuo nipote è così concentrato mentre gioca con i grilli che quasi si perde questo magnifico tramonto. Guarda, è perfetto per questa situazione. Non l’avremmo mai immaginato, che ci saremmo trovati qui, allora. E invece è tutto bello, roseo e pulito. E sa di giusto.

Stai per fare una promessa, la più coraggiosa. E anche se non sono la persona giusta, io sarò qui per ricordarti che devi mantenerla.

Cala il buio sulle onde del mare mentre tu, sicuramente, da qualche parte stai pensando a quello che stai per fare. Forse sei emozionato, forse hai paura. Forse accarezzi il vestito lentamente, preparandoti al grande giorno.

Ma io sono qui per ricordarti anche di un’altra promessa. Quella che hai fatto a me.

Che dentro questa festa di vestiti costosi, e vaghi titoli nobiliari, ed eleganza e tradizionalismo, avresti fatto qualcosa per me. Che mi avrebbe ricordato che in fondo non eravamo cambiati, anche se ci siamo scambiati i sogni.

Mentre cala il buio che precede il giorno solenne, comincia un inaspettato torneo di biglie, sui tavoli addobbati, fra i bicchieri di cristallo lavorato.

La tua promessa. L’hai mantenuta.

Dreamed by: Co.

L’Apollo 13 invertito.

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Ho sempre avuto un talento particolare nel dire la cosa sbagliata al momento giusto.

Badate bene: non la cosa giusta al momento sbagliato, no no, proprio la cosa sbagliata. Quel segreto che ti tieni in fondo all’anima e che nessuno deve sapere. Quel pensiero che non ti fa dormire la notte e che ti regala poderose occhiaie al mattino. Quell’imbarazzo che nascondi dietro un velo spesso di fondotinta.

La cosa sbagliata, insomma. Quella che fa cadere ogni conversazione, lasciando dietro di sé un velo di gelo.
Quella che non dovrei dire ora, in questa limousine stellare, dove io e le mie amiche bionde festeggiamo qualcosa.

Qualcuna si sposa?
Qualcuna è incinta?
Alla soglia dei 30 mi sembrano domande lecite, visto il trend.

Il motivo è offuscato dalla conseguenza, che in questo caso ha un nome preciso: Champagne.

Sembra di volare in una navicella spaziale dentro a questa limo tutta bianca e dai vetri oscurati, su cui scintillano le luci della città che attraversiamo lentamente ma inesorabilmente. Dentro, in mezzo a noi, bollicine di Champagne e scintillii di bicchieri di cristallo che fluttuano a mezz’aria, in assenza di gravità. Insieme a ciocche di capelli che si muovono in slow motion, come nelle pubblicità, sorrisi plastificati dal lucidalabbra e unghie preziose come il corallo.

Troppo bello per essere perfetto.

La mia capacità di rovinare le situazioni con una semplice frase segue un teorema che definirei “Apollo 13 invertito”: non c’è salvezza nella disperazione, al contrario, nella situazione migliore di tutte, nel momento più patinato e perfetto, succede la disgrazia che cambia tutto. In peggio.

Ed è così che, nel nostro mondo patinato di Barbie dal retrogusto rosa ciliegia, sento le mie parole volare nell’aria e prendere una forma che suona più o meno così:

certo che
tuo fratello
è proprio scemo

Cala il gelo. Il fratello, che peraltro non ho mai visto, non è per niente scemo. Anzi, sta combattendo con coraggio contro le avversità della vita.

Niente più ciliegie, niente più bollicine fluttuanti. Solo il vuoto cosmico che risucchia ogni mio pensiero, mentre lotto contro il mio Apollo 13 invertito e la segreteria telefonica del mio cervello che mi dice, laconica:

Il cliente è occupato. La preghiamo di richiamare più tardi.

Dreamed by: Co.

Il colpo di Status.

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In fin dei conti, Orwell ha sbagliato solo di qualche anno.

Oggi Mark Zuckerberg è il padrone del mondo. Sì lo so, non è una novità, ma io intendo il vero padrone del mondo.

Il ragazzetto ha conquistato il potere con un colpo di stato digitale.

Ha trasformato Facebook nel suo organismo di controllo planetario.

Ha assoggettato ogni uomo, donna e bambino titolare di un profilo (il limite della maggiore età è stato soppresso pochi anni prima del golpe, ndr).

Gli hacker sono i nuovi desaparecidos.

E poi da diversi mesi non si hanno più notizie della Resistenza.

C’era da aspettarselo, visto che si trattava di un’esile e disorganizzata frangia di spiantati, formata da coloro che non hanno mai fatto il loro ingresso nel social network: disadattati, outsider, ultra novantenni e lungo degenti in strutture psichiatriche.

Tuttavia va detto che i ragazzi ce l’ hanno messa tutta.

Ho visto anziani in sedia a rotelle lanciare molotov contro le vetrate dei centri direzionali Facebook, in diverse città del mondo. Ho sentito parlare di spedizioni suicide di ex ergastolani evasi, alla ricerca dei server centrali del network, nascosti da qualche parte a chilometri di profondità nel sottosuolo.

Ho letto post su un’ex missionaria africana che avrebbe tentato di sedurre Zuckerberg in persona, con l’obiettivo di ucciderlo durante la notte e porre fine a tutto questo.  A parte la certezza del suo fallimento, nessuno sa cosa ne sia stato di lei.  Forse non è neanche mai esistita.

Il fatto è che “informazione” è diventato un concetto piuttosto relativo. I mezzi d’informazione non esistono più. La condivisione di post, con relativo condimento di bufale, sviste, fraintendimenti e bugie è l’unico modo per sapere cosa accade nel mondo.

E poi c’è la Legge 404. La più importante nel Nuovo Libro delle Policy di Facebook.

La Legge 404 abolisce per sempre il diritto alla privacy. Nessun cittadino al mondo può più occuparsi di questioni private senza pubblicarle sul proprio profilo o rendere gli altri fisicamente partecipi di quello che sta succedendo.

Le abitazioni hanno muri di vetro, pareti di vetro, porte e pavimenti e soffitti di vetro. Si litiga in pubblico, si fa l’amore in pubblico, si fa la cacca e si guardano i porno in pubblico.

Dopo un mondo in cui avevamo smesso completamente di occuparci degli altri, ora viviamo in un mondo in cui “condividere” è tutto ciò che abbiamo.

Dichiaro che ogni riferimento a fatti e social network realmente esistenti è solo frutto della mia fantasia onirica. E che questo è un sogno pubblico, creato, prodotto e immediatamente condiviso secondo la Legge 404.

Dreamed by: Monsters

 

La Torino che non c’era.

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Non sono mai stata a Torino. Almeno, non fisicamente.

Così, quando il mio capo mi chiede di accompagnarlo, non me lo faccio ripetere due volte.

Anche se mi chiama alle due di notte per farlo. Anche se ho i tacchi e fa freddo.

Partiamo in 5, tutti i miei colleghi, in un viaggio che di piacere. Il treno è scomodo, non possiamo sederci, ma possiamo appoggiarci alle sedute sulle pareti. Come sul tram.

Fuori è buio e fa freddo, e la strada da un paese all’altro è tutta coperta da gallerie. Su questo treno si fanno tutte le fermate.

Quando arriviamo a Torino prendo la mia borsa e la appoggio per un attimo nel carrello davanti alla porta aperta. Mi volto un attimo, solo un attimo, e la mia borsa è sparita. Non era un carrello, era un autobus.

Mi fiondo fuori. Capo, amici e colleghi sono spariti. Io corro dietro al mio bus, dietro alla mia borsa. Il bus non ferma mai e io corro, sui tacchi e dentro Torino. A giudicare dal tragitto del tram, è enorme questa città.

Finalmente arrivo al capolinea e recupero la mia borsa, ma la giornata è passata. Dall’altra parte del piazzale, un condominio. Una porta. E un ragazzo in mutande alla finestra.

Mi fa segno di entrare. Ed entro.

Il ragazzo in mutande è uno studente e vive con altri due ragazzi. Ognuno di loro ha una stanza con bagno privato. Sembra di entrare in un’Italia degli anni 60. Ci sono libri e profumo di zuppa ovunque.

Scrollando i riccioli biondi mi dice che posso stare lì con loro a mangiare e magari dormire, che per gli altri non sarà un problema. Per loro forse no, ma per le fidanzate che entrano in casa si. Probabilmente il fatto che mi sia adeguata all’uso di stare in mutande in casa non ha aiutato.

Davanti alla loro ira funesta prendo la borsa e scappo. Solo ora mi rendo conto che questa casa è strutturata a cunicoli.

Scappo con la borsa, torno in strada e ricomincio a correre. Troverò la strada per la stazione. In questa città fatta di altrettanti cunicoli.

No, Torino non mi è piaciuta granchè.

Magari torno di giorno, và.

Dreamed by: Co.

La forse ragnatela

Credits: Luc Viatour

Credits: Luc Viatour

In questo sogno non c’è capo nè coda e infatti non c’è neanche la punteggiatura

c’è solo una ragnatela filamenti bavosi che si intrecciano a non finire in ogni direzione qua e là e avanti e indietro piani su piani di intrecci traslucenti

e ci sono le persone sulla ragnatela intrappolate nei punti in cui le corde si sovrappongono in intrecci pericolanti e le persone si accucciano piccole creature indifese su una struttura debole

e io percorro queste autostrade e questi incroci di bava di ragno guardando persone persone ovunque che ho conosciuto o forse no

e all’improvviso sale questa malinconia questa sensazione questa morsa alla bocca dello stomaco che mi dice quante volte avresti potuto fermarti e conoscere meglio e metterci più entusiasmo ed entrare nella vita di queste persone e invece le hai solo sfiorate e magari ti sarebbero pure state simpatiche che ne sai e la vita avrebbe preso altre strade ma invece no andavi dritta dritta come un fuso e ora ti rimane solo questo senso di impotenza e malinconia di cose che non hai avuto

allora penso che forse potrei potrei farlo ora con queste persone lontane sfuocate come se non le avessi mai davvero viste

tipo tu che sei così carina e ho sempre pensato che mi piaceva il modo in cui ti vesti perchè mi assomigli un po’ in verità perchè sei buffa e sei simpatica e forse saremmo state buone amiche

allora mi avvicino e voglio entrare dentro di te voglio conoscerti voglio sapere voglio esserti vicina

e tu mi guardi con gli occhi grandi dell’innocenza che non hai e forse mi piaci per questo e io mi aspetto che tu mi dica qualcosa di buono qualcosa che sarà una svolta e vedo le tue labbra schiudersi e sento dire

HAI UNA SIGARETTA?

Ora che la luce è tornata e la punteggiatura pure, potrei forse dire che questa metafora ci porta a capire che in fondo va tutto in fumo. Ma sarebbe troppo facile. Ora che la luce è tornata e la punteggiatura pure, mi limito a pensare che in verità l’unica cosa che conta è andare avanti, equilibristi su questa forse ragnatela.

Dreamed by: Co.

La caccia al SuperTele.

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Futuro Prossimo. Amazzonia.
L’umanità vive segregata in case sugli alberi, protetta da strati spessi di fogliame. Tronchi giganteschi ospitano scale che salgono verso l’infinito. Tra le foglie e la nebbia, piccole case contorte si arrotolano tra i rami, custodendo gelosamente il prezioso contenuto. Uomini.

Appollaiata sulla veranda ascolto la storia di come gli uomini si sono dovuti rifugiare sugli alberi per scappare a un’orribile persecuzione venuta dallo spazio. Alieni.
Un’invasione metodica con un unico obiettivo: sterminare la specie umana per impossessarsi del suo prodotto più desiderabile. I palloni. I SUPERTELE.

No dico, davvero? Gli alieni vogliono ucciderci per prendersi i SuperTele?
Questo è il vero motivo per cui dobbiamo vivere come scimmie?

Non faccio in tempo a formulare la domanda. Una forte luce, un vento potente, e un’astronave atterra sul patio fra i rami. Riesco giusto a scorgere due sagome nell’ombra, e poi vengo colpita dal loro potente raggio gelante, l’arma più pericolosa all’universo, capace di cristallizzare una persona in un secondo.

Ecco, sono morta.
Sono sempre stata curiosa di sapere com’era che finiva, ed eccomi qua.
Son qua che penso e non posso muovermi. Dio, che palle un’eternità così, da sola a pensare.
Ah, ma forse semplicemente non sono morta.

Mi basta tendere i muscoli per spaccare lo strato di ghiaccio che mi ricopre e ritrovarmi nella stessa giungla, presumibilmente qualche tempo dopo. Le case sono distrutte, i rami tagliati. I SuperTele, scomparsi. Gli umani, anche.

Dietro la foresta, il centro abitato dove sono tenuti prigionieri dagli alieni. Riesco a intrufolarmi nello stabile della scuola, dove sono tutti chiusi a chiave in una stanza.
Posso salvarli.

Ho una forcina per capelli, ho un fiammifero e ho sei peli di gatto sulla giacca: se l’ha fatto McGyver posso farlo anche io. Col fiammifero mi faccio luce, coi peli di gatto starnutisco e con la forcina apro lentamente la serratura della porta a vetri. Senza accorgermi che un alieno è proprio davanti a me e mi osserva dall’altra parte del vetro.

Per la prima volta ho l’occasione di vederne uno per interno. E’ praticamente Sylvester Stallone. Cioè, è identico. E non sembra particolarmente intelligente, perchè dopo un secondo passato a osservarci lui si volta verso i suoi compagni, si allontana e urla a gran voce: “Raga, non ci crederete, ce n’è uno che sta cercando di fare scappare i suoi compagni proprio davanti ai miei occhi! Che pirla!”

Libero i miei compagni e mentre corriamo non riesco a fare a meno di voltarmi anche io. E pensare, fra me e me, che vabbè i SuperTele, ma questi sono davvero gli alieni più idioti che abbia mai visto.

Comunque nel dubbio io mi darei al CalcioBalilla. Aerobica, ancora meglio.

Dreamed by: Co.